Bio in cifre 2010: biologico, il settore agroalimentare che meglio regge la crisi

Ma per uno sviluppo pieno delle potenzialità del settore servono politiche di indirizzo mirate

Che il bio sia fra le attività produttive del settore agro-alimentare quello che meglio sta reggendo alla congiuntura economica sfavorevole di questo periodo è confermato da Bio in cifre 2010, il rapporto sul settore firmato dal SINAB (Sistema d’Informazione Nazionale sull’Agricoltura Biologica) e pubblicato a inizio settimana, che fotografa il reparto biologico 2010. Già l’osservazione sul primo quadrimestre del 2011 ad opera dell’ISMEA aveva rilevato un incremento del mercato del biologico pari al l’11 % rispetto al 2010 a conferma che il consumatore, anche in tempo di crisi economica, si rivolge sempre di più verso un prodotto di alta qualità e sicurezza.

Dai numeri forniti dagli organismi di certificazione ed elaborati dal SINAB, risulta che la superficie biologica italiana è pari a 1.113.742 ettari (ha) con un incremento, rispetto all’anno precedente, dello 0,6% e con la presenza di 47.663 operatori impegnati nel settore, di cui: 38.679 produttori esclusivi, 5.592 preparatori (comprese le aziende che effettuano attività di vendita al dettaglio), 3.128 che effettuano sia attività di produzione che di trasformazione, 44 importatori esclusivi, e 220 importatori che effettuano anche attività di produzione o trasformazione. Nel comparto della zootecnia è riscontrabile un incremento, rispetto agli anni precedenti, del numero dei capi per tutti i tipi di allevamenti. È il Sud, invece, che detiene il numero maggiore di aziende biologiche (Sicilia e Calabria) mentre al nord prevale il numero di aziende di trasformazione nel settore, in particolare in Emilia-Romagna, Veneto e Lombardia.
“Se il quadro generale dell’andamento del biologico nel 2010 appare positivo, i dati SINAB evidenziano gravi incongruenze sullo sviluppo del settore a livello regionale – commenta Andrea Ferrante, presidente nazionale AIAB -. Questo stato ‘scompensato’ del biologico a livello regionale, che riguarda tutta la Penisola indipendentemente dalla localizzazione territoriale Nord/Sud, è un evidente segnale dell’assenza di politiche di indirizzo del settore biologico. Il bio in 20 anni è arrivato all’8% della SAU italiana, ma questo importante traguardo non è stato accompagnato da lungimiranti politiche di supporto e investimento sul settore. Al contrario, le politiche agricole italiane guardano sempre con meno interesse al bio, rinunciando a dirigere l’agricoltura biologica e lasciando troppo spesso “al caso” le redini dello sviluppo di un settore di grandi potenzialità”.
Considerando le variazioni percentuali scorporate per regione sia del numero degli operatori (NO) del settore che della superficie agricola utilizzata (SAU) rispetto al 2009, infatti, emerge una forte disomogeneità tra le diverse aree del Paese. Vi sono regioni come la Sardegna (+46,9% NO; +43,7% SAU), la Sicilia (+12,1% NO ; +9,3% SAU), la Lombardia (+7,2% NO; +8,3% SAU), la Valle d’Aosta (+2,5% NO; +24,2% SAU) che hanno conosciuto una importante crescita del settore e altre, come la Basilicata (-58,2% NO; -54,7% SAU), la Puglia (-15,3% NO; -1,8% SAU), la Liguria (-1,9% NO; -6,3% SAU), le Marche (-8,3% NO; -7,6% SAU), che invece hanno assistito ad una flessione vertiginosa del settore. Altre ancora come il Lazio (-0,1% NO; +6,3% SAU), il Veneto (+7,2 % NO; -3,5% SAU), il Piemonte (-13% NO; -6,4% SAU) presentano una diversità di andamento fra il numero di operatori e superficie agricola.

Lascia un Commento