Reticenze e latitanze sugli impatti socioeconomici degli OGM in UE

Due anni e mezzo per partorire un topolino. Tanto ci è voluto per dare alla luce il rapporto sugli impatti socioeconomici della coltivazione di OGM in Europa.

Dopo che il 4 dicembre 2008 il Consiglio Europeo dei Ministri dell’Ambiente ha espresso all’unanimità la sua insoddisfazione nei confronti del sistema di approvazione degli OGM e la necessità di avviare una riflessione in tal senso anche in relazione agli impatti della loro coltivazione sul sistema sociale ed economico, la Commissione Europea ha raccolto le indicazioni degli Stati Membri e di alcuni portatori di interesse e formulato un rapporto che, oltre a sintetizzarli, riporta anche le sue considerazioni, frutto degli studi finanziati (e orientati) in materia dalla Commissione stessa.

Nel documento la Commissione Europea lamenta il basso e scoordinato livello delle risposte, la mancanza di una chiara identificazione da parte dei Paesi Membri di quali siano gli ambiti e le aree di impatto da valutare, ottenendo così più un catalogo di punti di vista che l’indicazione di un approccio definito.

Il carattere tendenzialmente assolutorio del documento, che raccoglie infatti il plauso di EuropaBio – l’associazione europea delle imprese biotech, contempla anche passaggi sui risultati colturali del mais Bt nei paesi europei in cui è ammessa la semina (riportandone i vantaggi di resa), senza  nulla dire del suo carattere ‘totalitarista’, ben rappresentato dalla rinuncia coatta alle produzioni di mais biologico costretta ad annichilirsi dall’ingestibilità della contaminazioni transgeniche, come quelle determinate in Aragona ed altre regioni spagnole.

25 Paesi dell’UE hanno inviato contributi: l’Italia brilla per assenza, forse troppo assorbita dai turnover ministeriali.

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Luca Colombo (FIRAB)

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